Un po' di storia sull'HIT
Il cosiddetto allenamento ad alta intensità HIT è famoso, ma ha anche la sua storia: vuoi leggerla?
Intorno agli anni ’80, il nome di Arthur Jones era conosciuto da tutti nel settore, perché fu l’inventore delle attrezzature Nautilus e anche del HIT.
Molto prima che nascessero le grandi catene di palestre di oggi, esistevano palestre Nautilus in quasi tutte le città.
Tutti coloro che si allenavano avevano usato, o almeno visto, quegli onnipresenti macchinari imbottiti neri e blu, con la catena della bicicletta collegata al pacco pesi al posto di un cavo.
Jones aveva anche una filosofia di allenamento unica da affiancare alla sua invenzione: credeva fermamente che la chiave per sviluppare i muscoli fosse allenarsi così duramente da raggiungere il punto di cedimento muscolare momentaneo, in cui non è possibile eseguire un’altra ripetizione mantenendo la corretta tecnica dell’esercizio.
Riferendosi al livello di sforzo, chiamò questa filosofia «allenamento ad alta intensità», HIT.
La filosofia HIT
Jones teorizzò che il raggiungimento del punto di cedimento muscolare (di esaurimento completo) avesse qualcosa che agiva da stimolo per la crescita muscolare.
Qualsiasi cosa al di sotto di quel limite era considerata subottimale o addirittura inefficace, come se una serie interrotta troppo presto significasse che tutto era stato una perdita di tempo.
Oltre alle affermazioni secondo cui il HIT fosse un metodo di allenamento superiore, si diffuse anche un altro principio basato sull’efficienza. Poiché l’intensità era così elevata, spiegavano i suoi sostenitori, non era necessario allenarsi “molto”.
In alcuni casi, all’atleta veniva chiesto soltanto di eseguire una serie completa fino al cedimento per ogni esercizio; il numero di serie ed esercizi variava a seconda dell’allenatore, ma in tutti i casi si trattava di un volume di allenamento molto basso.
«Duro e breve» era il tratto distintivo del metodo HIT.
La promessa non era soltanto più muscoli, ma più muscoli in meno tempo: un argomento commerciale allettante e facilmente vendibile.
Il HIT veniva promosso come un metodo rapido, ma, a differenza della maggior parte delle altre tendenze nel fitness, non veniva mai presentato come un allenamento molto facile.
In effetti, nacque una cultura dell’etica del lavoro quasi machista, fatta di dolore e sofferenza, ma ciò non ne diminuì l’attrattiva, aggiungendo una sfida e un ulteriore livello di misticismo.
I seguaci del HIT
A partire dagli anni ’70, il HIT acquistò slancio grazie al boom del bodybuilding degli anni ’80 e, in questo scenario, i migliori allenatori e atleti salirono sul carro e si dichiararono suoi fan.
Alcuni lo fecero sotto il marchio “Jones-Nautilus”, mentre altri improvvisarono i propri sistemi e piantarono le proprie bandiere.
In ogni caso, la maggior parte di loro lo chiamava HIT per brevità (da non confondere con l’HIIT, allenamento a intervalli ad alta intensità).
Una di queste personalità indipendenti fu il Mr. Universo Mike Mentzer, che creò il sistema di allenamento «Heavy Duty» dopo essere stato influenzato dalle teorie di Jones.
Altri lo seguirono e, grazie al sostegno di famosi culturisti professionisti, una delle tendenze più popolari dell’allenamento ad alta intensità continua a essere molto popolare ancora oggi.